SLOWFOOD.IT: Il sogno di Lucia

Macedone di Skopje, nata nel 1979, Silvjia Mitevska è la vincitrice della XII edizione del Premio Speciale Slow Food-Terra Madre nell’ambito del Concorso letterario nazionale Lingua Madre, con “Il sogno di Lucia”. Il racconto che potete leggere in anteprima, dopo la premiazione nell’ultima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, sarà pubblicato nell’antologia Lingua Madre Duemiladiciassette. Racconti di donne straniere in Italia (edito nell’autunno 2017 da Seb27).

Sin da piccola volevo visitare l’Italia. Avevo sentito parlare mia nonna di questo bel Paese. Mi raccontava dei soldati italiani che venivano a casa sua a prendere il caprino e una versione macedone della grappa chiamata rakija, entrambi fatti in casa. Erano molto gentili, di buon umore e canticchiavano sempre qualche canzone italiana. La nonna diceva che a vederli così sorridenti e gentili, uno faceva fatica a credere che in realtà fossero gli occupanti, i nemici. Ogni sera, prima di andare a dormire, chiedevo a mia mamma di leggermi i libri italiani tradotti in lingua macedone. La storia di Pinocchio mi piaceva più di tutte. E anche qualche poesia di Gianni Rodari. Quando sono diventata un po’ più grande e ho imparato a leggere, sono diventata assidua frequentatrice della biblioteca della città. Passavo ore e ore a casa a leggere i libri che prendevo in prestito e che parlavano dell’Impero Romano e i suoi imperatori. A tredici anni ero super esperta: conoscevo tutte le rivoluzioni e tantissimi personaggi storici. Passavo tutto il mio tempo libero nell’angolo della biblioteca, immersa in questo mio mondo così lontano ma comunque così vicino. Quando preparavo lo zaino per la scuola, in fondo sistemavo i miei libri italiani per poi poterli leggere di nascosto quando le insegnanti parlavano di tematiche che non gradivo e che trovavo noiose. Tutto quello che era legato all’Italia per me era affascinante. Ogni parola, ogni dettaglio, ogni descrizione. Tutte le cose mi sembravano meravigliose. Non ero l’unica ad essere innamorata di questo Paese. Tutte le mie amiche sognavano che il loro principe azzurro parlasse esattamente italiano. A scuola potevamo scegliere tra il russo e il francese come seconda lingua, ma i nostri cuori fantasticavano la melodiosa lingua italiana. Ascoltavamo le canzoni italiane e cercavamo di pronunciare bene le parole. «Bella! Amore! Ti amo!», si sentivano i nostri strilli nei corridoi della scuola, mentre ci abbracciavamo teatralmente. I muri nei bagni scolastici erano pieni di scarabocchi in italiano, parole casuali che messe così non avevano alcun significato, che però per noi avevano senso e ci piacevano. Ai ragazzi che ci piacevano davamo nomi italiani, così Petar diventava Pietro, Robert Roberto, Aleksandar Alessandro. Le mie migliori amiche si chiamavano Simona e Sara. Entrambe avevano un nome perfetto, macedone ma anche italiano. Il mio nome invece no, in italiano non esisteva, non significava nulla. Quante volte tornavo triste a casa, detestando il mio nome. Piangevo di nascosto, chiusa nella mia camera, ma un giorno mia mamma mi sentì ed entrò. Le raccontai allora il mio problema, le raccontai di quanto volessi che il mio nome fosse italiano. Lo feci sperando che riuscisse a capirmi, non come i ragazzi a scuola che invece mi prendevano in giro per quella mia fissazione. E lei, con il dolce sorriso che la contraddistingueva, prese il mio viso con le mani, mi asciugò le lacrime e annuendo con la testa sussurrò:

«Lucia. Il tuo nome in italiano significa Luce. Se fossimo stati italiani, ti avremmo chiamato Lucia». La strinsi in un abbraccio fortissimo ringraziandola. Lei era la mia più grande sostenitrice. Spesso mettevamo l’audiocassetta con la nostra canzone italiana preferita e insieme ballavamo tra i due letti. A partire da quel giorno diventai Lucia e pian piano, ma con passo sicuro, mi avvicinavo al mio sogno italiano.

Crescendo, i miei sogni non si rarefacevano. Come avrei voluto anch’io un giorno incamminarmi per i vicoli italiani e far parte dell’atmosfera romantica che regnava nelle piazze circondate da bellissimi palazzi e fontane! Ogni passo fatto mi avrebbe fatto respirare la storia presente ovunque, in ogni viuzza o vicolo, dietro ogni angolo, vivendo in prima persona tutto quello di cui leggevo ininterrottamente, nascosta sotto il tavolo del soggiorno o nell’angolo della biblioteca cittadina. Ma quando ancora dovevo compiere quindici anni, il mio sogno fu interrotto bruscamente e il mio mondo meraviglioso svanì tutto d’un tratto. Un giorno d’aprile, stavo tornando da scuola ripetendo alcune parole in italiano che Simona mi aveva scritto su un foglietto, quando, arrivata sotto casa, vidi mio padre seduto sul piccolo prato davanti al palazzo dove abitavamo in affitto. Alcuni vicini gli stavano attorno, mentre gli altri stavano sui balconi ad osservare la situazione. Tutti avevano lo sguardo triste, alcuni piangevano sommessamente. Scaraventai lo zaino a terra e corsi con il cuore in gola verso lui.

«Papà, che hai? Che c’è?» chiesi con voce tremolante. Lui alzò lo sguardo e mi guardò con gli occhi più tristi che mai, tanto che le iridi mi sembrarono pezzi di vetro rotti. Non poteva rispondermi, si contorceva come se avesse dei crampi, le braccia quasi paralizzate. Dondolava avanti e indietro, come quelle sedie a dondolo, con lo sguardo completamente perso. Ero terrorizzata, mai prima l’avevo visto così. Disperata, iniziai a urlare. La vicina che abitava al piano sopra di noi mi prese per mano e mi allontanò un po’ da quella situazione. Stringendomi forte, accompagnò la mia testa sul suo petto e mi disse:

«La tua mamma… L’ha portata via l’ambulanza. È morta a letto, dormendo. Era così giovane, molto giovane».

E mentre lei continuava a bisbigliare io mi divincolai dal suo abbraccio, catapultandomi verso l’appartamento e volando su per le scale. Quasi sfondai la porta entrando nella camera dei miei genitori e ammutolita mi fermai davanti al loro letto. Era vuoto. Come se lei non ci avesse mai dormito.

Negli anni a seguire aiutavo mio padre e mi prendevo cura del mio fratello più piccolo. Dopo la scuola facevo tutte le faccende domestiche: cucinavo per loro, pulivo la casa e aiutavo mio fratello con i compiti. Non visitavo più la biblioteca da molto tempo. Ogni volta che ci passavo vicino, mi veniva un nodo in gola e trattenevo a stento le lacrime. Sapevo che lì dentro c’erano tanti nuovi libri italiani che molto probabilmente prendevano polvere perché nessuno, tranne me, li avrebbe letti. Non mi presentavo più come Lucia. Ero tornata al mio nome originale, Svetle. Non avevo più tempo per vivere in tutti e due i mondi, dovevo decidere in quale dei due stare. E qui, mio papà e e mio fratello, con cui tutte le notti piangevamo la mamma, avevano bisogno di me. Mio papà piangeva particolarmente quando si avvicinavano le feste, soprattutto il giorno della festa del nostro santo, San Nicola, perché era un giorno in cui insieme a mia mamma ricevevano tantissimi ospiti. Ora non ci veniva a trovare quasi nessuno. Solo mia nonna, la mamma di mia mamma, non saltava mai la festa di San Nicola e veniva da noi con due cioccolate, una per me e una per mio fratello. Si sedeva al tavolo della cucina insieme a mio padre e rimanevano così per ore e ore senza pronunciare una parola.

Il giorno in cui ho compiuto diciotto anni è successo un miracolo. Mia zia, che viveva negli Stati Uniti da più di cinque anni, arrivò in città. Venne a trovarci e passò la prima notte da noi, dormendo sul divano nel soggiorno. Ricordo che quella mattina preparai il caffè turco e qualche fetta di pane con la marmellata di more. Poi uscii per andare al negozietto vicino casa a prendere del latte per mio fratello e, nel rientrare a casa, sentii mia zia e mio padre che discutevano a voce alta in cucina, a porta chiusa.

«Non puoi lasciarla vivere così. È solo una ragazzina. Una vita così è troppo per lei, hai capito?», diceva a voce altissima mia zia.

«Non ho altra scelta! Pensi che io avrei voluto che andasse così? Abbiamo perso Cvetanka troppo presto. Mi serve un aiuto. Non ce la faccio da solo…», tentava di spiegare mio padre.

«Le rovinerai la vita, questo lo sai, no? Lei a quest’età deve studiare, viaggiare, conoscere il mondo e cose nuove. È ancora una ragazzina, non puoi trattarla da madre di famiglia. Lei non può sostituire Cvetanka. Ti prego, falla venire con me! Dalle una nuova opportunità. È tua figlia, si merita una vita bella e spensierata. Io questa cosa posso e voglio rendergliela possibile. Ho un ottimo lavoro e guadagno bene. E poi, sai che mi hanno appena trasferito l’ufficio in Italia, sarà vicino».

L’ultima frase mi colpì e arrivò come una tempesta dritta al mio cuore. Allo stesso tempo era musica per le mie orecchie. Mio papà stava in silenzio, e questo, sapevo, significava consenso.

Poco dopo partii con mia zia per l’Italia. Facemmo un viaggio di due giorni in macchina fino a quando non arrivammo nella città nel cuore della notte. La mattina seguente, Pisa si presentò con tutto il suo splendore davanti ai miei occhi e, come una vergine che scopre il suo uomo per la prima volta, uscii di casa e cominciai esplorarla. Corsi in piazza allargando le mani per abbracciare l’intera città. Abbracciavo le fontane con l’acqua trasparente e qualche monetina gettata dai turisti, i ristoranti con le tende rosso scuro, i vicoli stretti nei quali i balconcini uno dirimpetto all’altro quasi si toccavano, i monumenti che rubavano gli sguardi dei numerosi turisti, i piccioni che volavano sopra di me e i tetti delle chiese, che catturavano per prime i raggi del sole. Guardavo i passanti, li osservavo: i loro vestiti impeccabili, le borse che avevo visto nelle riviste, i sorrisi che mi sembravano diversi dai sorrisi della gente del mio Paese, i profumi diversi che si mischiavano e mi accarezzavano con un tocco magico. Stavo in mezzo a tutte queste cose e attorno a me, come una giostra, girava il mio mondo italiano. Era la più bella sensazione che avevo provato da molti anni. Mi sembrava di stare tra le pagine del mio libro preferito. Circondata dalle fotografie dello stile medievale che sfogliavo con le dita. Invece quel mondo pieno di magia, arte, cultura non era più confinato tra le pagine di un libro: lo stavo vivendo e ne facevo parte. Anche se era il mio primo giorno in Italia, sentivo di conoscerla già bene. Provai allora una magica sensazione di benessere e di appartenenza. In quegli istanti sentii la dolce musica di una canzone in italiano che proveniva da uno dei balconi nel vicolo. Era la canzone sulla quale io e mia mamma ballavamo tra i due letti. Lei era lì con me, sentii la sua mano stringere la mia e sussurrarmi:

«Lucia…».
Io le sorrisi e lei ricambiò. Ero in Italia e lei ne era felice.

Silvija Mitevska – Macedonia

Premio Speciale Slow Food-Terra Madre, Concorso letterario nazionale “Lingua Madre” 2017